L’INTOLLERANZA DELLA DIVERSITA’

14 Luglio 2008

Un’altra morte assurda e agghiacciante. Ancora una volta una tragedia legata alla sport e in particolare al calcio. E sorprendentemente ancora con protagonista la tifoseria juventina. Come l’anno scorso, quando perse incomprensibilmente la vita un tifoso laziale venuto a contatto con tifosi juventini, ora un tifoso parmense muore dopo essere stato a contatto con i tifosi juventini. Nell’un caso come nell’altro non c’è alcuna responsabilità diretta degli juventini. Eppure ci sono state due morti inspiegabili. Tutto è da attribuire, secondo le più accreditate e illuminate interpretazioni dei commentatori, alla cultura anti-sportiva delle tifoserie italiane. E’ questa una lettura superficiale e deformante!
Cosa è successo realmente? Cosa c’è dietro l’incultura dello sport che viviamo in ogni dì? Noi pensiamo che si è verificata la recrudescenza oramai permanente di atteggiamenti culturali e psicologici, nonché di comportamenti sociali, molto ma molto diffusi nella società italiana che vanno sotto un comune denominatore: l’intolleranza della diversità.
La nostra società tollera con grande difficoltà il “diverso”, colui che rispetto a noi esprime diversità. E’ inutile nascondersi dietro un dito: la gran parte della popolazione non tollera chi esprime diversità sia essa di carattere politico, culturale, razziale, religioso, artistico e ora, come non mai, anche sportivo. La nostra vita quotidiana è scandita dai conflitti fra le diversità. Ciò che dovrebbe essere una naturale dinamica fra le diversità volta al loro superamento finisce per l’essere la dinamica malata della negazione e della soppressione del diverso da noi.
Questo fenomeno è più appariscente nel calcio, poiché questo diffusissimo sport popolare a forti valenze sociali, culturali e psicologiche è una zona franca in cui la normazione giuridica ed etica non è riuscita a penetrare ed affermarsi. Anzi, il calcio, con la sua grande carica simbolica e metaforica, diventa il luogo eletto della sublimazione dell’aggressività sociale ove così trova modo di esprimersi.
All’interno di tale dinamica trova spiegazione chiara il perché della presenza incolpevole della tifoseria juventina. Infatti, gli juventini sono oggi i “diversi” per eccellenza. Alla loro antica diversità fatta di anni di trionfi e di supremazia calcistica, “la inattaccabile squadra dei potenti e della FIAT”, se ne aggiunta una nuova. E’ quella razziale legata all’immagine di una identità criminosa moralmente inaccettabile quindi intollerabile. Si era pensato di porre fine alla juventinitudine con Calciopoli, con il suo processo e le sue sentenze burla, in cui invece di essere puniti legittimamente i presunti autori di reati sono stati puniti milioni di tifosi. La colpa giuridica di alcuni è diventata la colpa di dodici milioni di cittadini. Questi portano con loro lo stigma della diversità immorale decretata da un processo balordo e medievale. L’odio per gli juventini non è scomparso con la sentenza e con l’espiazione della pena. Si è accresciuto.
I tifosi bianconeri sono stati ulteriormente stigmatizzati e demonizzati. Oltre a rappresentare il passato di vittorie, fonte di frustrazione e di depressione per tutte le altre tifoserie, rappresentano ora anche il male in sé, ciò che pregiudizialmente è diverso da noi e che quindi non deve essere e come tale deve essere negato e fatto sparire.
L’atto di inciviltà di due anni fa, il processo alla Juventus, sta dando gli esiti naturali: conflittualità, intolleranza, morte. Quello è stato un processo culturale, antropologico e psicologico contro una “diversità”, la juvetinitudine, che una popolazione diseducata al pluralismo non è riuscita e non riesce a tollerare.

Gaetano Bonetta
Preside Facoltà di Scienze della Formazione
Università degli studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara